Cava de’ Tirreni, domenica 22 marzo,
dalle ore 21,30 – Ingresso su prenotazione
– info.:329/6110652 – 089/349033 -
solluan@alice.it
Appuntamento mensile con il sax di Antonio Florio,
domenica 22 marzo, dalle ore 21,30 al Solluan
di Cava de’ Tirreni di Armando Ferraiolo,
per una nuova tappa nell’affascinante mondo
sonoro della musica da night.
Dopo la serata dedicata per intero alla musica
latina e alla sua influenza sui diversi generi
musicali, il cuore della scaletta di domenica,
sarà incentrato sul tango e sulle tradizioni
melodico-ritmiche argentine. Il sax di Antonio
Florio calerà il Solluan in una Notte portena,
offrendo una rappresentazione stilizzata di un
tango che vivrà delle musiche di Astor
Piazzolla e Gustavo Beytelmann.
Del tango non potrà non restare quel romanzo
ardente e frusciante che segnerà la fuga
dal fantastico, evocando le coppie dei ballerini,
apoteosi erotica e inarrivabile, che è
fondamento del suo successo, complicità,
intimità di sentimenti, empatia che da
sempre permette ai due ballerini, qualsiasi sia
la propria levatura artistica, di raccontarsi
e raccontarci la propria vita., attraverso musica
il cui fascino è segnato da momenti regolarmente
in bilico – dato caratterizzante della musica
argentina – fra un lirismo allentato e dolente,
talora fino alla rarefazione, e picchi di alta
drammaticità e forza penetrativa.
Il concerto proporrà un omaggio ad Astor
Piazzolla con melodie che fanno parte del sentire
di tutti noi, dalla purezza assoluta del suono
del sax in Oblivion, ad un incantevole Libertango,
il cui segreto sarà completamente svelato
nella sua introduzione, in cui il Sax di Antonio
Florio stregherà l’uditorio nel suo
non offrirgli troppo facili, e in fondo rassicuranti,
appigli transtilistici, ma calandolo in un ideale
momento di sintesi tra i molteplici rimandi che
il musicista salernitano intende riecheggiare
nel suo stile. Stile alla cui riuscita non sono
ovviamente estranei uno spiccato senso della tradizione
jazzistica, simbolo del suo personale viaggio,
alla scoperta di due fortissimi radici popolari,
quella argentina e quella nero-americana, di cui
il tango di Piazzolla si nutre e trae quel profilo
così marcato.
Se l’elemento vincente della performance,
sicuramente sopra le righe sarà certamente
la ricchezza dell’apparato tematico delle
opere di Piazzolla, vivificato dal cimento e dall’invenzione
di Antonio Florio, nonché dalla propensione
trasparente per un eloquio diretto, in cui la
perizia strumentale prevarrà sullo scavo
concettuale e sulla transidiomicità del
repertorio tematico; la forza propulsiva del sentire
argentino, quella ripetizione ossessiva in progressione,
di alcuni temi, quasi a voler significare che
il normale spettatore deve ascoltare più
volte quella particolare espressione musicale
prima di poterla gustare, sarà esaltata,
in particolare nel tango di Beytelmann, quella
sfida perenne tra mantice e sax, simbolo di quel
popolo che si è messo finalmente in moto,
in “Viaggio”, con la sua musica, il
suo simbolo, il “Mito” del tango che
allora nasceva. Chiusura con l’atteso momento
enogastronomico, dedicato alla nostra cucina innaffiato
dai grandi bianchi campani.
Scriveva, infatti, il poeta romantico Lorenzo
Stecchetti: “Il genere umano dura solo perché
l´uomo ha l´istinto della conservazione
e quello della riproduzione e sente vivissimo
il bisogno di soddisfarvi. Alla soddisfazione
di un bisogno va sempre unito un piacere e il
piacere della conservazione si ha ne senso del
gusto e quello della riproduzione nel senso del
tatto. Se l´uomo non appetisse il cibo o
non provasse stimoli sessuali, il genere umano
finirebbe subito. Il gusto e il tatto sono quindi
i sensi più necessari, anzi indispensabili
alla vita dell´individuo e della specie.
Gli altri aiutano soltanto e si può vivere
ciechi e sordi, ma non senza l´attività
funzionale degli organi del gusto. Come è,
dunque, che nella scala dei sensi i due più
necessari alla vita ed alla sua trasmissione sono
reputati i più vili?
Non vergogniamoci, dunque, di mangiare il meglio
che si può e ridiamo il suo posto anche
alla gastronomia. Infine, anche il tiranno cervello
ci guadagnerà, e questa società
malata di nervi finirà per capire che,
anche in arte, una discussione sul cucinare, vale
una dissertazione sul sorriso di Beatrice. Non
si vive di solo pane, è vero; ci vuole
anche il companatico; e l´arte di renderlo
più economico, più sapido, più
sano, lo dico e lo sostengo, è vera arte.
Riabilitiamo il senso del gusto e non vergogniamoci
di soddisfarlo onestamente, ma il meglio che si
può”.