Da giovedì 26 a sabato 28 marzo
2009 (ore 21) e domenica 29 marzo (ore 18.30).
Lo spettacolo, che ha debuttato al Todi Arte Festival
2004 come evento di apertura, con un nuovo cast
viene proposto a Salerno in anteprima regionale
ed esclusiva per la Campania.
La solitudine degli adolescenti, il dramma della
crescita nell’assenza di interlocutori adeguati.
Genitori all’epoca repressivi, oggi distrattamente
superficiali, istituzione scolastica che non dava
e continua a non dare risposte sufficienti e le
inevitabili tragiche conseguenze (suicidi gratuiti,
esperienze sessuali malate) sono le principali
tematiche di Risveglio di Primavera.
F. Wedekind, a soli 27 anni, denunciava lo smarrimento
adolescenziale di fronte alle prime pulsioni sessuali,
alle prorompenti energie vitali che, ignorate
o mal tollerate dagli adulti, possono esplodere
in direzioni drammatiche.
La mia traduzione-adattamento ha avuto come scopo
primario la portabilità in scena di un
testo altrimenti oggigiorno non rappresentabile
(37 personaggi, 19 ambienti diversi). Inoltre,
si è prefisso di alleggerire il dramma
originale soprattutto dalle sue abbondanti note
grottesche spesso forzate, artificiose e bozzettistiche,
per concentrare invece l’attenzione sulle
vicende dei giovani protagonisti.
Questa operazione sul testo, ha costituito un
punto di partenza sul quale sono intervenuto insieme
agli attori per assicurare la massima efficacia
e resa sul pubblico che per me resta il fine di
qualunque messa in scena.
Il linguaggio utilizzato è “alto”,
spesso poetico, carico di sospensioni ed accenti
enfatici che, se da una parte rendono bene il
disorientamento dei giovani protagonisti, dall’altra
sembrano voler nascondere od abbellire istinti
e pulsioni di cui si ha paura.
E’ stato per me importante cercare di aiutare
il più possibile i giovani protagonisti
a penetrare questo linguaggio, da loro percepito
come vicino, per le tematiche ancora così
tragicamente attuali ma, allo stesso tempo, tremendamente
distante per costruzione sintattica e scelta di
vocaboli, e a farlo vivere con tutta la forza
che possiede.
Per quanto riguarda la messa in scena, la mia
prima preoccupazione è stata quella di
cercare di rendere fluido e continuo il susseguirsi
delle brevi e numerose scene che compongono quest’opera,
eliminando la divisione originaria in tre atti,
ed evitando il più possibile di inserire
il “buio” tra una scena e l’altra.
Ho cercato insomma di creare una sorta di lungo
piano sequenza, dove l’azione si svolgesse
senza interruzioni, e gli eventi precipitassero
inesorabilmente verso il tragico finale.
Per fare questo, già molto tempo prima
di cominciare le prove, avevo disegnato un vero
e proprio story board di tipo cinematografico
dell’intera messa in scena, che ha costituito
la base di quella che, grazie alla creatività
di Cristina Gaetano, è diventata la scenografia
vera e propria dello spettacolo. Insieme, siamo
gradualmente arrivati alla definizione di uno
spazio scenico allo stesso tempo realistico (costumi,
elementi d’arredo e decorativi d’epoca)
e fantastico: lo spettatore è come se vedesse
attraverso una lente d’ingrandimento la
stanza di un bambino lasciato crescere in solitudine
e poi abbandonato. La natura, fuori controllo,
proprio come gli impulsi dei giovani protagonisti,
si è impadronita di questa stanza, penetrandone
il pavimento, sfondando soffitti e pareti.
All’interno di questo ambiente fantastico,
i personaggi degli adulti hanno occupato quella
che doveva essere una casetta giocattolo del bambino,
uno spazio angusto, una gabbia senza vie d’uscita,
dove crescono ed educano i loro figli come uccellini
in una voliera.
Solo ai giovani è consentito agire negli
altri spazi, ma la loro libertà di movimento
è solo apparente ed è comunque segnata
da un destino tragico: il precipizio inevitabile
per chi, pur avendo le ali, non ha mai avuto nessuno
che gli insegnasse a volare.
Lorenzo Amato