Martedì 28 aprile, nel corso del penultimo
incontro della terza edizione dei Percorsi d’Analisi,
promossi dall'Associazione Seventh Degree, di
Liberato Marzullo e Antonello Mercurio con il
contributo delle amministrazioni provinciale e
comunale di Salerno e del nostro ateneo, con la
partecipazione del Liceo Scientifico “Giovanni
da Procida” di Salerno, previsto per le
ore 19,30, presso il Convento San Michele, si
analizzerà la scena “segreta”
della polis contemporanea, con un occhio sul ruolo
della scena musicale e teatrale oggi.
Una serata, che vivrà il suo momento clou
con la presentazione dell’opera lirica in
tre atti La luna nel pozzo, di Antonello Mercurio,
su libretto di Valerio Valoriani. L’opera
sarà tenuta a battesimo da Ernesto Pulignano,
Franco Tozza e Valerio Valoriani, con l’epifania
di Lillo D’Agostino (grande accusatore)
e Alfonso Amendola (grande difensore) moderati
da Enzo Viccaro, con la partecipazione dei bassi
Clemente Daliotti e Luca Giordano, del baritono
Antonio Braccolino, del tenore Francesco Pittari,
del mezzosoprano Lucia Branda e del soprano Maddalena
Pappalardo con Francesco Aliberti al pianoforte.
Una metropoli che non dimentica la propria dimensione
più classica, dove la musica, la lirica,
il libretto d'opera e il teatro cortocircuitano
perfettamente e indicano ulteriori vitalità
e possibilità d'invenzione.
E’ stato Adorno ad additare per primo un
fenomeno ch’egli definisce in più
modi e noi potremmo sintetizzare sotto quello
di “regressione dell’ascolto musicale”.
Oggi che il pubblico è giunto allo stadio
in cui allora lo osservava Adorno, oltre sessant’anni
or sono, dunque, non solo possiamo constatare
che le sue considerazioni, oltre che vere, sono
profetiche, ma addirittura che esse peccano per
difetto di pessimismo, ciò, da parte d’uno
dei rappresentanti massimi d’una sorta di
pessimismo biblico-apocalittico.
Se i rotocalchi, i vari mass-media non fanno
che annunciare con toni trionfali una sempre maggiore
diffusione della cultura musicale e teatrale nel
nostro paese, d’una sempre maggiore fame
di spettacolo che si manifesterebbe a tutti i
livelli, con l’ovvio corollario di incontrollate
e dissennate iniziative ovunque proliferanti a
spendere fiumi di denaro pubblico, ad opera di
pletore di incolti politicanti maneggioni locali,
nei vari cartelloni di prosa e di musica lirico-sinfonica
è sparito il prodotto contemporaneo: si
continua a pascersi della ormai routinaria melodia
“Di Provenza il mare e il suol” o
di gemme della letteratura teatrale classica affidata
a divi della televisione di cassetta, musical,
comicità becera e altro.
Quale futuro potrà avere, allora, l’opera
“La luna nel pozzo” datata 2009, che
verrà presentata in questo incontro? In
Italia ci sono solo tre poli che ospitano titoli
nuovi. E a Salerno? Si esuma pedestremente quel
guazzabuglio di stili che è “I Normanni
a Salerno” di Temistocle Marzano e difficilmente
vedremo in scena l’opera composta da Antonello
Mercurio docente del nostro conservatorio. “La
luna nel pozzo”, ispirata da un’idea
di Federigo Tozzi è una favola, il viaggio
di Capino verso la verità.
Il giovane poverissimo, vuol sposare la figlia
del mago Scarabù, Rosina, il quale gli
chiede in cambio di catturargli la luna per tenerla
poi in giardino nel pozzo. Capino è forse
il Tazio della “Voce della luna?”
che dichiara la propria intenzione di catturare
la luce degli innamorati? Il protagonista cerca
la salvezza per la sua Rosina, pur sapendo che
è impossibile afferrarla.
Il percorso di Valoriani sembra votarsi al fato,
alla suggestione, alla scoperta, alla sorpresa,
così come, la musica di Antonello Mercurio,
che ha scelto un’orchestra pucciniana per
passare dall’operetta, alla fuga haendeliana,
alle evocazioni gershwiniane di “An American
in Paris”, alla cadenza mozartiana, sino
allo stile palestriniano, e alla brillantezza
rossiniana, il tutto schizzato con la giusta e
coerente tonalità di colore attraverso
sapidi leitmotiv, alle allusioni sul palcoscenico
della commedia umana: il mago Scarabù la
malvagità, Capino l’individualismo,
Rosina, la donna e le sue facce, gli gnomi, la
mancanza di scrupoli, il pappagallo, il pragmatismo.
Solo l’apparenza sembrerà dominare
la scena nella distanza infinita tra il pessimismo
del vivere e l’ottimismo della concezione
umana, nell’identità assoluta di
irrazionale e reale, con il finale a sorpresa
che il castello del mago è solo un sortilegio
racchiuso nella sua barba.