Passeggiare tra le nuvole. Questo è capitato
alla mia comitiva di amici e familiari, il giorno di Tutti i Santi,
martedì 1 novembre 2005. Alle ore 11.30 siamo giunti sulla
vetta del Monte, avendo percorso l’erta strada che sale su
da Novi Velia, avvolti dalle famose nebbie del Gelbison,
e dopo aver bucato il tetto di nuvole bianche, il cielo azzurro
e terso ed il sole novembrino ci hanno accolti in un abbraccio come
per proteggerci dallo straordinario paesaggio circostante e sottostante:
un enorme batuffolo di ovatta bianca; un grande accumulo
di zucchero filato; una imponente, morbida e candida catena
montuosa; uno spettacolo della natura incomparabile, mozzafiato,
da guardare, guardare, guardare.
E noi tutti ad indicare con l’indice qualche suggestivo disegno
delle nuvole bianche; ci guardavamo negli occhi che sprizzavano
gioia e stentavamo a credere a quello che ci stava capitando. Eravamo
sospesi nel cielo, sul pizzo del Monte Gelbison a 1.705
m. di altitudine, una delle più belle località
turistiche del salernitano, sopra un tappeto di nuvole,
dal quale si stagliavano le sagome della Chiesa del Sacro Monte,
dell’antico Convento, della torre campanaria,
della stupenda piazza circolare con fontana, illuminati
e riscaldati dal sole ed incastonati nell’azzurro del cielo
e nei colori autunnali della vegetazione. Non è facile descrivere
un paesaggio così surreale. Sono situazioni che solo chi
ha vissuto può capire; il ricordo di questa festa di luci
e colori sarà indelebile, per noi che c’eravamo.
Ma andiamo per ordine. Nelle mie escursioni mancava
qualcosa. Era da tempo che desideravo salire sul Monte Gelbison,
passando da Novi Velia, paesino alla base della montagna;
del Santuario della Madonna di Novi Velia avevo sentito parlare
molto e sapevo che è il più visitato della Campania,
luogo di quotidiani pellegrinaggi, soprattutto primaverili ed estivi.
Infatti l’8 ottobre scorso il Santuario ha chiuso i battenti
per riaprire la prossima primavera 2006.
A Novi Velia abbiamo fatto una breve sosta per visitare,
a piedi, il borgo antico di questo centro abitato già
dall’anno 1005, presidio dei Normanni e dei Longobardi. Qui
abbiamo visitato Palazzo Cocelli, il palazzo con due portoni di
ingresso, e Piazza del Seggio dove, anticamente, si usava
discutere le cause penali e dove le famiglie più importanti
avevano il proprio seggio riservato. Di ciò, rimane testimonianza
nei seggi in pietra posti nel circuito della piazza. Successivamente
abbiamo visitato la Chiesa di S. Giorgio che occupa l'ala sud dell'ex
Convento dei Celestini, posto sulla sommità della
collina, nei pressi della Torre Longobarda e dell’ex
Castello dei Baroni di Marzano, insieme ai quali forma una
sorta di vera e propria acropoli architettonica. Ma il nostro
obiettivo era continuare la nostra gita per salire sul “Monte
Sacro” e lungo la strada che sale su in vetta, a pochi
km dal paese, abbiamo fermato le automobili in un’area attrezzata
per i pic-nic, con tavoli e panche di legno, vicino al torrente
Torna, che in più punti forma delle cascatine e ghirigori
d’acqua tra i massi di arenarie. La superba vegetazione di
abeti, olmi, tassi, corbezzoli, castagni, ontani ed il sottobosco
rigoglioso ci hanno invitati a fare due passi lungo il sentiero
per il trekking che sale fino alla vetta; risultato? Durante
l'escursione Abbiamo trovato grossi ceppi di funghi, probabilmente
chiodini, cresciuti in fretta, tra il muschio, intorno a dei tronchi
d’alberi tagliati. Li abbiamo ammirati nella loro bellezza
e, rispettando la natura, lasciati al loro posto. Abbiamo anche
notato molte buche nel terreno, alcune scavate sotto le radici degli
alberi, tipo piccole grotte, usate forse come tane da animali selvatici
quali lupi, volpi, donnole, martore; probabilmente qualche buca
è stata scavata dalla lontra che, in questi posti
incontaminati, ancora riesce a sopravvivere trovandovi un habitat
adatto, come avviene anche per il raro picchio nero. Il terreno
in molti punti è di colore rossiccio, essendo argilloso,
e tale colorazione rende il luogo veramente unico. Questa caratteristica
ricorre anche più a monte, in diversi punti della montagna.
Siamo saliti di nuovo a bordo delle automobili
per raggiungere la vetta ma più volte ci siamo fermati per
ammirare il panorama sottostante oppure qualche scorcio di natura
impareggiabile, come nei pressi della “Sorgente di Fiumefreddo”
dove un'acqua sempre limpida e fresca sgorga vicino ad un'effigie
della Vergine; in alcuni tratti la strada era delimitata ed
adornata ai due lati da larghe strisce di foglie rossicce, cadute
dagli alberi della imponente faggeta che ricopre la montagna
fino alla cima, che ci costringevano a procedere con le autovetture
in uno stretto sentiero asfaltato al centro della carreggiata; i
colori rossiccio misto al giallo e l’arancione la facevano
da padroni anche sugli alberi, contornati soltanto dal verde delle
foglie più resistenti o di qualche albero sempreverde, tipo
pini ed abeti che, in alcuni tratti, diventavano, invece, predominanti.
Uno dei più attraenti itinerari turistici da noi visitati.
Ad un certo punto il paesaggio circostante ha cominciato
a sbiancare; la nebbia prima e le nuvole dopo
ci hanno ingoiati, in un tratto della salita piuttosto pericoloso,
in quanto sul piano stradale diverse pietre e massi stavano a testimoniare
la franosità di alcuni costoni rocciosi della montagna. Qualche
brivido ma anche un forte spirito d’avventura ci ha assaliti
e ci ha spinti ad andare avanti; anche molte scritte sui parapetti
della strada, che invitano i pellegrini a proseguire il cammino
verso la Madonna che protegge i suoi devoti, hanno avuto l’effetto
di spronarci a proseguire, nonostante la difficoltà e pericolosità
del momento.
E tale decisione è stata ripagata quando, giunti in vetta,
abbiamo rivisto il cielo azzurro e lo spettacolare paesaggio
che la natura aveva deciso di disegnare nel cielo per noi. Scesi
dalle auto ci siamo accorti che la temperatura era piuttosto bassa,
circa 12 ° centigradi, ma la bellezza del luogo ci ha subito
riscaldato gli animi ed i corpi.
Il Santuario, le cui origini risalgono alX Sec.,
è stato costruito dai Monaci Basiliani, sulla cima
del Monte, in uno straordinario punto panoramico: dal belvedere
che circonda il santuario della Madonna di Novi Velia, (1.705
m.), si godono ampie vedute sulle valli ed i monti circostanti,
verso nord gli Alburni, a est il massiccio del Cervati,
più lontano il Sirino ed il Pollino, e in direzione
del mare, verso sud e sud-ovest, il profilo allungato della costa
di Palinuro.
Il nome del Monte “Gelbison”, detto anche
“Monte Sacro”, significa “montagna dell’Idolo”
a sottolineare la sacralità da sempre riconosciuta a questa
montagna e rimarcata da due grosse cataste di pietre con una croce
sulla sommità, i cosiddetti “Monti di Pietà”
che, a pochi passi dal santuario, ricordano la forte devozione delle
antiche genti del luogo. Dal belvedere è anche visibile uno
sperone di roccia, di forma piatta sulla sommità, sul quale
i fedeli lanciano monetine, esprimendo, probabilmente, un desiderio.
Prima di tornare a Vallo della Lucania, abbiamo deciso di
fare uno spuntino nello slargo detto Croce di Rofrano,
dove avevamo parcheggiato le automobili, prima di intraprendere
a piedi l’ultimo tratto di salita al Santuario. Dopo un meritato
riposo, siamo risaliti a bordo delle nostre automobili, a malincuore,
ma costretti dall’intensificarsi della nebbia e dalla brevità
del pomeriggio autunnale, ed abbiamo iniziato la discesa a valle
per fare ritorno a casa soddisfatti di aver visitato un autentico
monumento della natura, la faggeta del Monte Gelbison
che, come molte altre faggete delle zone montuose dell'appennino
salernitano, rafforzano, in chi le attraversa, il corpo
e lo spirito facendo sopportare meglio i sacrifici inevitabili
della vita quotidiana.