IL CACIOCAVALLO SILANO
Il caciocavallo silano è un formaggio semiduro
a pasta filata, prodotto con latte vaccino dalla
forma ovale o tronco - conica. La denominazione
silano deriva dalle origini antiche del prodotto
legate all’altopiano della Sila.
La produzione annua complessiva, di circa 11.000
quintali, è diffusa nell’ampia piana
del Vallo di Diano. Il caciocavallo si presenta
con crosta sottile, liscia, di marcato colore giallo
paglierino e pasta omogenea, compatta, con lievissima
occhiatura di colore bianco o giallo paglierino
più intenso verso l’esterno e meno
all’interno; ha un sapore delicato
che diventa piccante nel corso
della stagionatura. La percentuale di grasso sulla
sostanza secca non può essere inferiore al
38%.
Dal gusto inconfondibile, il caciocavallo
silano, acquisiti i caratteri ottimali della stagionatura,
grazie al clima dei maestosi rilievi della Sila,
è indicato per la dieta dei bambini
e degli anziani visto l’alto valore
nutritivo. Consumato fresco o stagionato, grattugiato
o fuso, è divenuto nel tempo protagonista
della tavola nella dieta mediterranea. La tradizione
vuole che con i residui della lavorazione venivano
realizzate bambole da collezione.
Prodotto da latte vaccino,
il caciocavallo silano segue alcune fasi importanti
per la qualità del prodotto.
1) Coagulazione. E’ la fase
di coagulazione del latte alla temperatura di 36-38
°C mediante l’utilizzo di caglio in pasta
di vitello. Raggiunta la consistenza voluta si procede
alla fase della rottura della cagliata con grumi
di dimensioni simili alla nocciola.
2) Maturazione. La cagliata matura
sotto siero per un periodo che va dalla 4 alle 10
ore, variabili a seconda dell’acidità
del latte, della temperatura e della quantità
di formaggio prodotta. La maturazione e completata
quando la pasta può essere filata.
3) Filatura e preparazione della
forma. Si prepara un cordone che viene plasmato
e modellato energicamente a mano fino ad ottenere
una parte interna senza vuoti e una esterna liscia.
Ogni pezzo di pasta viene chiuso all’apice
immergendolo in acqua bollente.
4) Salatura. Dopo il raffreddamento
in acqua fredda le forme vengono salate mediante
immersione in salamoia. Per un periodo non inferiore
alle 6 ore.
5) Stagionatura. Le forme vengono
legate a cappio e sospese con delle pertiche per
l’areazione. La fase dura da un minimo di
15 giorni a qualche mese.
IL CARCIOFO DI PAESTUM
Il
carciofo di Paestum è una pianta che produce
nel periodo che va da febbraio a maggio in media 5-6
capolini . Tale coltura si distingue per particolari
caratteristiche morfologiche ed organolettiche. Per
via della caratteristica forma tondeggiante dei capolini
è detto anche Tondo di Paestum.
I capolini ben sviluppati, carnosi e di estrema morbidezza
si caratterizzano per la compattezza, l’assenza
di spine e il sapore delicato. La
produzione del carciofo di Paestum ammonta a circa
300.000 quintali l’anno e rappresenta più
o meno il 70% dell’intera produzione campana.
A favorire il consumo di questo ortaggio
sono i numerosi pregi, tra cui le virtù
terapeutiche e salutari dovute al suo contenuto
salino e vitaminico: il carciofo contiene calcio,
fosforo, ferro, sodio, potassio, vitamine A, B1, B2,
C, PP, acido nolico, acido citrico, cinarina, tammino
e zuccheri. E’ quindi tonico, stimola il fegato,
calma la tosse, contribuisce a purificare il sangue,
fortifica il cuore, dissolve i calcoli e disintossica.
E’ salutare quindi mangiarne tanti soprattutto
crudi. In seguito alle caratteristiche organolettiche
e morfologiche il carciofo di Paestum è molto
apprezzato sul mercato ed in cucina, dove viene utilizzato
nella preparazione di svariate ricette tipiche
e piatti locali.
In Italia oltre il 90% della produzione
del carciofo si concentra nelle regioni meridionali,
ove tale tipo di coltura trova l’ambiente ideale
di crescita. Il carciofo si caratterizza per un apparato
radicale profondo che lo rende adatto a svariati tipi
di terreno, da quelli sabbiosi a quelli argillosi.
Tuttavia e fuor di dubbio che i migliori terreni siano
quelli profondi di media costituzione. E’ da
ricordare l’adattabilità delle piante
a terreni salsi come si rileva in Puglia e nella Piana
del Sele in Provincia di Salerno. La localizzazione
in una zona irrigua, pianeggiante e litoranea, rende
di facile attuazione sia le tecniche di irrigazione
che la meccanizzazione di alcune pratiche colturali.
Le pratiche agronomiche che riguardano questa coltivazione
vanno dalla raccolta al diserbo, taglio estivo degli
steli e le scardacciature. Nella Piana del Sele si
adottano avvicendamenti liberi, in generale, le carciofaie
precoci si rompono in aprile, quelle tardive in giugno
ed oltre.
IL FICO BIANCO DEL CILENTO
Noto
fin dal 3000 A.C. in Babilonia, il fico è entrato
nella cultura mediterranea assumendo
aspetti magici per la sua qualità. Prodotto
caratteristico della provincia, tipico del
Cilento, vanta una coltivazione e una produzione
tradizionale che si tramanda nel tempo. Il Fico bianco
del Cilento, così denominato per le sue caratteristiche,
è attualmente uno dei prodotti proposti alla
registrazione dell’Unione Europea tra quelli
DOP.
Frutto dal sapore dolciastro con
buccia verde - giallastra è sicuramente punto
di riferimento della tavola, grazie alle sue innumerevoli
utilizzazioni e dall’alto contenuto
calorico. Si consuma fresco durante la stagione
(estate - autunno), ed essiccato con farcitura
di mandorle o ricoperto al cioccolato, diventa
frutta secca e dolce da pasto all’occorrenza.
La coltivazione del fico è
particolarmente diffusa nella provincia di Salerno
: l’area del Cilento, col suo fico bianco, fornisce
da sola circa 100.000 quintali di prodotto essiccato
realizzato nelle aziende agricole della zona. Coltivato
nelle soleggiate e floride terre del Cilento si contraddistingue
per qualità, sapore e alto valore nutritivo.
IL LIMONE COSTA D'AMALFI
L’origine della coltivazione del limone nella
costiera amalfitana è ancora oggi molto dubbia.
Recenti ritrovamenti nella zona degli scavi di Pompei
fanno pensare che già in epoca romana la coltivazione
fosse conosciuta nella costiera. Il limone
sfusato amalfitano racchiude in sé
la sintesi di elementi naturali ed umani esclusivi
e che rendono unica la sua tipicità. Presenta
un profumo intenso, una polpa succosa
e dolce con una quasi assenza di semi che rendono
il limone di Amalfi adatto al condimento. Altra caratteristica
tipica è quella di essere raccolti con una
piccola porzione di ramo che consente la differenza
sul mercato.
Notevole è il contributo che
il limone sfusato di Amalfi fornisce al turismo
della costiera, attraverso la qualificazione
del paesaggio ed il consumo di tutte quelle
preparazioni alimentari a base di limone. Il legame
della limonicultura con il settore turistico, quello
delle industrie dolciarie, di essenze e profumi è
di fondamentale importanza economica. Lo sfusato amalfitano
si presta sempre più ad utilizzi alternativi
quali la base per il limoncello,
che si sta affermando sempre più sui mercati
come bevanda alcolica, o in pasticceria, caratterizzando
sempre più i dolci tipici
della costiera. Indiscusso il valore alimentare grazie
all’alto contenuto proteico e vitaminico tra
cui spicca la nota vitamina C.
La superficie dedicata alla coltivazione
del limone di Amalfi è di circa 700 ha e la
maggior parte di queste coltivazioni sono impiantate
su piccole estensioni di terreno chiamate piazze,
sostenute da grossi muri di pietrame a secco a cui
si accede attraverso ripide scalinate rendendo esclusivo
e tipico il paesaggio costiero, caratterizzandolo
con i noti terrazzamenti. Adeguate opere di canalizzazione
ed irrigazione consentono la durata dell’opera,
la sua manutenzione e la continua coltivazione. La
permeabilità, la sofficità e la freschezza
tipiche del periodo estivo, la fertilità del
terreno, ricco di humus ed elementi nutritivi, favoriscono
notevolmente la coltivazione del limone in zona.
LA MELA ANNURCA
La
mela Annurca tradizionale è un frutto di forma
rotondeggiante con epidermide rossa striata. Nei pressi
della cavità penducolare presenta una caratteristica
area rugginosa, non molto estesa. La polpa è
bianca, compatta, croccante, succosa, dolce, gradevolmente
acidula, di eccezionale sapore, aromatica
e finemente profumata.
E’ una vera bomba di
vitamine (B1, B2, PP e C) e contiene anche
potassio, fosforo, ferro, manganese, zolfo, cobalto.
Le sue caratteristiche organolettiche (sapore, profumo,
aroma) e nutritive (valore dietetico della fibra,
degli zuccheri e degli acidi organici) non trovano
uguale riscontro in altre varietà di mele,
anche dopo la conservazione. Molto apprezzata sul
mercato locale e regionale, viene mangiata cruda come
frutta e utilizzata per dolci e dessert.
Prodotto IGP unicamente campano,
la mela annurca, viene definita la regina
delle mele. E’ una varietà molto
antica ed è leader della produzione regionale
fin dalla seconda guerra mondiale. Si sviluppa in
un clima dai tipici caratteri di mediterraneità.
Non matura sull’albero : la raccolta
viene effettuata in autunno, quando le mele sono ancora
acerbe, di colore verde - giallastro e successivamente
poste a maturazione su letti di paglia dove assumono
il colore rossastro che le caratterizza.
LA MOZZARELLA DI BUFALA
Fra
i primi prodotti italiani ad ottenere dalla Commissione
UE la registrazione quale Denominazione di Origine
Protetta (DOP), fin dal maggio del ’96, la mozzarella
è un formaggio fresco a pasta filata, con sfoglie
sottili, con crosta molto sottile e lucente di colore
bianco porcellanato, fresco e fragrante, dal profumo
di fermenti lattici vivi del latte intero
di bufala, che ne determina il gusto caratteristico.
La produzione annua complessiva è di circa
150.000 quintali, per un valore di oltre 350 miliardi;
15.000 quintali sono destinati all’esportazione.
In origine non era riposta nel liquido
di governo, ma avvolta in foglie di giunco o di mortella
e venduta in ceste di castagno. La mozzarella, pur
essendo un formaggio dalla grande personalità,
può adattarsi alle più disparate composizioni
alimentari. Questa versatilità ne fa un formaggio
sempre richiesto nel corso dell’anno ma che
subisce molti vincoli alla commercializzazione lontana
dai luoghi di produzione a causa della sua deperibilità.
Il latte di bufala, il solo utilizzabile
per legge nella preparazione, possiede caratteristiche
molto simili a quelle del latte vaccino. Grasso e
proteine le caratteristiche principali fondamentali
per la resa della caseificazione.
Prodotto dal latte di bufala mediante
mungitura diretta nei pascoli della Valle
del Sele, viene trasportato nei caseifici,
e successivamente pastorizzato. Le fasi principali
della lavorazione sono le seguenti:
1) Acidificazione
del latte. E’ ottenuta con siero innesto naturale,
prodotto lasciando acidificare spontaneamente a temperatura
ambiente. Quindi si aggiunge caglio di vitello liquido;
la coagulazione dura circa mezz’ora, a temperatura
di 34-36 °C. La cagliata si rompe fino ad ottenere
granuli della grandezza di una noce.
2) Maturazione.
La cagliata matura sotto siero per 4-5 ore, quindi
viene tagliata in grosse fette con un coltello o con
un falcetto, estratta dal siero e posta a spurgare
e maturare per altri 15-30 minuti.
3) Filatura. Procedimento
delicato e complesso: la pasta matura viene tagliata
in fette sottili e poste in un recipiente di legno,
in cui fonde per effetto di un’aggiunta di acqua
bollente. La pasta fusa si solleva e si tira fino
ad ottenere un impasto omogeneo e lucido dalla consistenza
tipicamente filiforme. Segue la realizzazione della
forma e poi la caduta in acqua per pochi minuti, prima
del trasferimento nelle vasche per la salatura.
4) Conservazione.
Prima di essere confezionata, la mozzarella di bufala
viene immessa in un liquido di governo, composto da
acqua di filatura, sale e siero acido diluito.
LA NOCCIOLA TONDA DI GIFFONI
Nella
provincia di Salerno la coltivazione del nocciolo
viene praticata da tempi immemorabili. Tuttavia è
da ritenersi che il suo sviluppo sia dovuto soprattutto
all’interesse che, a partire dagli anni ’60,
l’industria dolciaria ha mostrato
nei suoi confronti. La regione Campania fornisce circa
il 35% della produzione coricola nazionale. La provincia
di Salerno presenta circa 33.000 ha di superficie
investita a nocciolo ovvero circa il 14% di quella
regionale. Nelle Valli dell’Irno
e del Picentino si registra la presenza
di una particolare e antica varietà di nocciola
detta tonda di Giffoni la quale registra una netta
prevalenza rispetto alle altre varietà.
La trasformazione e la commercializzazione
della nocciola sono affidate ad altre figure. Circa
una metà dell’intera produzione viene
acquistata da una sola industria di trasformazione.
Le industrie di trasformazione campane, una quindicina
dalle dimensioni modeste, hanno come attività
prevalente quella di sgusciare il prodotto per rivenderlo
ad altri (industrie dolciarie) che lo lavorano ulteriormente
e lo commercializzano.
La tonda di Giffoni
è apprezzata sia per le caratteristiche organolettiche
e qualitative, sia per altre caratteristiche che la
rendono ben adatta alla trasformazione industriale.
La coltivazione è presente nelle aree collinari
per il 65% del totale, nelle aree di montagna per
il 20% e nel fondo valle per il 15%. La nocciola tonda
di Giffoni, grazie alle sue caratteristiche intrinseche,
riesce a spuntare prezzi più elevati rispetto
ad altre qualità in Campania. La particolare
redditività di questa coltivazione ne fa la
coltura ideale per lo sfruttamento delle povere risorse
della collina tanto che in periodi di crisi unica
alternativa è l’abbandono dell’attività
con effetti negativi anche sull’ambiente (aumento
dei rischi di incendio, di dissesti idrogeologici,ecc...).
L'OLIO EXTRAVERGINE D'OLIVA
La
coltura dell’olivo è tipica di tutta
l’area del bacino del Mediterraneo. In molte
zone collinari e montane della Campania la coltura
costituisce la migliore occasione di valorizzazione
delle risorse ambientali. La superficie regionale
destinata alla coltivazione dell’olivo ammonta
a circa 62.626 ha di cui oltre il 50% nella sola provincia
di Salerno per una produzione che copre oltre il 40%
delle 290.000 tonnellate di olio campano. L’ovicultura
risulta concentrata per il 20% nel Cilento e in aree
collinari e interne, lungo la costa si registra una
presenza rilevante tra i comuni di Agropoli e Centola
- Palinuro, ampie distese anche nell’alto bacino
dell’Alento e nelle zone collinari della Piana
del Sele.
L’olio di oliva extravergine
è un prodotto di indiscusso valore
nutrizionale a seguito della composizione
chimica e delle caratteristiche organolettiche. Piante
di notevole vigore, grossa taglia e molto produttive
come la caratteristica qualità Pisciottana
e la varietà presente nella Valle del Tanagro,
offrono una materia prima ricca di preziose qualità
organolettiche, quale l’alta percentuale di
acido oleico, di vitamine e di grassi estremamente
digeribili. L’utilizzazione è poi delle
più varie, da crudo a fritto e bollito, una
vera e propria colonna portante della ricca Dieta
Mediterranea.
L’olio extravergine di oliva
viene estratto per semplice molitura delle olive,
ossia con l’esclusivo utilizzo di mezzi fisici
quali la frangitura, la spremitura e la separazione.
Dalla la molitura, mediante estrazione discontinua
per pressione, si ottiene l’oliomosto che per
centrifugazione si trasforma in olio d’oliva.
Detto olio, se caratterizzato dalla presenza di acidità
massima dell’1% ed un punteggio organolettico
pari o superiore a 6,5 prende la dicitura di extravergine.
IL POMODORO SAN MARZANO
La
denominazione Pomodoro San Marzano dell’Agro
nocerino sarnese è riservata ai pomodori
pelati della varietà San Marzano o da varietà
ottenute a seguito di miglioramento genetico dell’ecotipo
San Marzano. La trasformazione e l’inscatolamento
del pomodoro ad opera di laboratori artigianali o
di industrie conserviere deve avvenire in ogni caso
nell’ambito della zona di produzione indicata
dal disciplinare. La produzione annua varia tra gli
80.000 e i 100.000 quintali. Le caratteristiche sono
così individuate : sapore tipicamente agrodolce,
forma allungata della bacca con depressioni longitudinali
parallele, colore rosso vivo, scarsa presenza di semi
e fibre placentari. Le caratteristiche organolettiche
e chimico - fisiche rendono il prodotto particolare
sia allo stato fresco che trasformato.
Il pomodoro, originario delle Americhe
e appartenente alla famiglia delle salanacee, si diffuse
a Napoli dalla Spagna nel XVI secolo. Inizialmente
considerato pianta medicinale, entrò nelle
cucine partenopee solo alla fine del ‘700, mentre
prima era guardato con sospetto e addirittura creduto
velenoso. Dall’inizio dell’800, invece
il pomodoro divenne il simbolo della cucina partenopea.
Il pomodoro San Marzano è conosciuto e apprezzato
in tutto il mondo per le sue pregevoli caratteristiche
organolettiche. E’ un prodotto tipicamente campano
che costituisce un importante riferimento per l’industria
conserviera e per la dieta mediterranea.
Pare che il pomodoro San Marzano
sia derivato spontaneamente da un'ibridazione tra
le varietà Fiaschella e Fiascone o da un ceppo
locale denominato Lampadina. La sua origine si presume
sia localizzata in contrada Fiano, tra Sarno e Nocera
Inferiore, per poi diffondersi nella zona di San Marzano.
La coltivazione avviene in terreni
pianeggianti, ricoperti di materiale vulcanico, profondi,
soffici, con buona dotazione di sostanza organica
ed una elevata quantità di fosforo e potassio.
La messa a dimora delle piantine avviene nella prima
quindicina di aprile, ma può protrarsi fino
alla prima decade di maggio. La coltivazione deve
essere quella di tipo verticale con fili opposti di
sostegno, sono ammesse spollinatura e cimatura mente
la raccolta si effettua esclusivamente a mano. La
resa massima è di circa 80 tonnellate per ettaro
e la resa in pelati si aggira sul 70%. I pomodori,
una volta raccolti, vengono lavati, scelti, pelati,
nuovamente scelti, inscatolati con aggiunta di liquido
di governo a pressione atmosferica o sottovuoto ed
infine sterilizzati.
I VINI SALERNITANI
VINI I.G.T.
Colli di Salerno
Nasce dalle colline salernitane floride e rigogliose
che delineano un territorio ricco di storia e tradizioni
legate alla buona tavola. E’ l’unica tipologia
della provincia di Salerno che si fregia del marchio
IGT indicazione geografica tipica della Comunità
Europea, che individua coltivazioni caratterizzate
da ambienti naturali a cui si applicano tecniche raffinate.
Prodotto da viti di ottima qualità ben si sposa
con i sapori tipici e tradizionali della cucina locale
sottolineandone la bontà e il gusto. Vero punto
di riferimento per i buongustai.
VINI D.O.C.
Il Cilento
I vitigni locali, introdotti ad Elea ed a Paestum
dagli antichi colonizzatori greci, trovano nella natura
argillosa-calcarea del terreno, nel clima della zona,
le condizioni per esprimere al meglio la propria personalità.
Le viti producono pochi grappoli, dai quali si ottengono
vini di eccellente qualità, che si abbinano
perfettamente alla cucina tipica cilentana. Il Cilento
è prodotto nei tipi bianco, rosato e aglianico,
vi è anche una varietà di rosso (aglianico,
pè piedi rosso e primitivo).
Castel San Lorenzo
L’area di produzione di questo vino comprende
otto comuni tutti in provincia di Salerno. La cantina
sociale Val Calore ha da sempre vinificato le uve
della zona, utilizzando tecniche e strutture enologiche
di assoluta eccellenza, per la produzione di vini
pregiati. Il Barbera, qui introdotto da molti decenni,
viene invecchiato nel rovere, acquisendo struttura
e personalità. Del tutto originale è
il lambiccato, vino dolce ottenuto da cloni locali
di uve moscato. Il Castel San Lorenzo è prodotto
nei tipi bianco, rosso e rosato.
Costa d'Amalfi
La zona di produzione individua 13 comuni, tutti in
provincia di Salerno, caratterizzati da ambienti naturali
di eccezionale bellezza e da arditi terrazzamenti,
spesso a picco sul mare. I vini della Costa d’Amalfi
sono di tre tipi : il Furore, il Ravello e il Tramonti,
prodotti rispettive aree di coltivazione. I vini Costa
d’Amalfi, bianco, rosso e rosato, ottenuti in
vigneti siti nei comuni di Furore, Praiano, Conca
dei Marini e Amalfi con produzioni non superiori a
90 quintali per ettaro, per il rosso e rosato, e 100
quintali per ettaro per il bianco, possono essere
denominati Furore, se immessi al consumo con produzione
alcolica non inferiore a 11% e 11,5% rispettivamente
. I vini Ravello, Furore e Tramonti rosso, se invecchiati
potranno riportare in etichetta la dicitura riserva.