Salerno, Palazzo Genovese: Equilibri contrapposti, mostra personale dell’artista salernitana Mariangela Calabrese

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Presso gli spazi espositivi di Palazzo Genovese in via Largo Sedile del Campo dal 5 ala 12 agosto 2017 si terrà una mostra di arte contemporanea dell’artista salernitana Mariangela Calabrese patrocinata dal Comune di Salerno, inaugurazione sabato 5 ore 17.30.

Le note critiche di Marcello Carlino

Le figure a mano a mano finiscono risucchiate come in un vortice – è lontana memoria di un linearismo già veduto nella voga simbolista di secondo Ottocento – che le trascina altrove, le sperde in tante tracce, le fa fine pulviscolo atmosferico; altrove è lo sgranato alla Turner, prossimo al puntinismo, a smussarne i volumi, a sfumarle. Questo è l’antefatto dell’esperienza pittorica di Mariangela Calabrese, il suo prima; il qui ed ora del suo work in progress contempla pure che a tratti, sporadicamente, le preesistenze affiorino, nella forma di linee solo accennate, di incerte trasparenze fossili, di velati ectoplasmi di una figurazione già stata; epperò l’azzurro vi recita oggi la parte da protagonista e calca la scena pressoché in assolo.

Azzurro è il colore eletto dell’aria e dell’acqua, il loro colore per antonomasia. Non che la terra e il fuoco, per stare alla teoria presocratica dei fondamenti e dei costituenti dell’essere, non siano della partita, ché anzi quando prende a pretesto scene e personaggi della tradizione d’arte e di letteratura, o quando costruisce per accostamenti e per variazioni le tessere seriali del suo “discorrere” espressivo, o quando apre un dialogo con il contesto in cui vivono le sue installazioni, Mariangela Calabrese addensa i rossi e li vira sul marrone e mixa adoperando il verde. L’aria e l’acqua, nondimeno, rimangono dominanti; e tutto è riportato all’azzurro e tutto dall’azzurro parte per tornarvi: un azzurro ora più forte e denso, ora diluito e sbiancato fino all’evanescenza: un azzurro comunque.

La semantica dell’azzurro dell’aria e dell’acqua dice tanto, insieme: dice di una condizione cangiante e plurima che non ha termine, dice di una trasmutazione ininterrotta in cui trova regola qualunque esistenza, dice dell’origine della vita che nasce dall’acqua, dice di una leggerezza che si fa volo, dice di un politonalismo che è potenzialità di accordatura armonica ed è voluta prossimità a partiture atonali, dice di una ariosità e di una acquosità della pittura che ambisce così a conoscere tutte le diramazioni e non solo la via maestra, ad esplorare tutti gli interstizi penetrandovi con la sua strumentazione polisensa, a suggerire il movimento e la sua profonda necessità antropologico-umana.

Mariangela Calabrese fa leva sull’azzurro. E ne fa spazio di riflessione tra presenza e assenza, essere e non essere. E ne fa territorio di viaggio sulle rotte segnate dalle emozioni e dal pensiero, dalle riflessioni intorno alle grandi questioni sospese sulla condizione della specie dell’uomo. E ne fa schermo su cui si proiettano e scorrono sequenze riscritte della letteratura che ha accompagnato con il suo ritmo la nostra formazione, da Virgilio a Dante. E ne fa bacino di pesca per la memoria. E ne fa equivalenza di suoni in musica. E ne fa libro che ospita citazioni memorabili, di conforto all’umana compagnia. E ne fa immensità a cui abbandonarsi. E ne fa luogo ospitale per raccogliere e fondere le lingue svariate dei diversi gesti creativi. E ne fa culla e ne fa persuasa approssimazione alla ineluttabilità della fine.

Mariangela Calabrese riconduce la terra e il fuoco all’acqua e all’aria; e consegna i colori alla mutabilità dell’azzurro in una pittura che percorre i confini lungo tutto l’informale, mantenendosi sempre fedele, tuttavia, alla voglia di esprimere, alla responsabilità di significare.

Le note critiche di Rocco Zani

Se i luoghi conservano una loro natura umorale, una valenza affettiva e finanche produttiva nell’economia del pensare e dell’agire, quelli prescelti da Mariangela Calabrese segnano, probabilmente, la nota distintiva di quegli insiemi sonori (direbbe Dorfles) che alimentano e attraversano il suo fare pittura. Direi addirittura, parafrasando quella dottrina gastronomica assai in voga, che la sua pittura sa di “mare e terra” o, più verosimilmente, di lacrime e fatica. Perché i luoghi sostengono temporalità incrociate che dettano ripensamenti (trascorsi) e stille di presenza (attuali)….

Sono salito per viuzze collinari, a nord di un territorio che sa di saliscendi obbligati e di altipiani irridenti, di querce e lecci, di cespugli brecciosi. Sono salito (e ridisceso) fin qui, richiamato forse dalle “coincidenze” del blu e dell’indaco, sopraffatto dalla rarità di tracce – quelle pittoriche – in apparenza indistinte, talvolta “ventose”, perfino simboliche.

E allora – all’ombra del sole “scolaro” – il percorso si fa meno tortuoso e racchiude in se il luogo fisico e quello ancestrale. Ancora una volta un dualismo ininterrotto, attraversato, sospeso, riconquistato su ogni centimetro di campitura, lungo i crinali dell’oro e le sofferenze del bianco prigioniero del blu ingordo.

Sono queste le “misture” da cui partire.

Credo sia discreta Mariangela Calabrese, come l’entroterra dell’adolescenza, riparato dalle solarità saline o dalle brezze invadenti. Come il nord di queste colline prescelte – per caso o volontà – che promettono ombra alla calura di estati grasse. Credo sia discreta Mariangela Calabrese, per quel suo sottrarre parole e giudizi offrendo a pochi il privilegio di indagare.

L’incontro si fa allora un piccolo romanzo confidenziale dove le pagine riportano una scrittura lieve che è prologo – figurativo – e divenire incalzante di segni accesi.

Il privilegio è quello di leggere l’unicità di un tracciato compiuto – ma gravido di inediti pronunciamenti – in cui la figura dell’esordio, la dimensione di un corpo retinicamente visibile, si è fatta via via proselito, per nulla ingannevole, di nuovi reclami, di inediti aforismi. Come se ogni giorno trascorso avesse fornito gradualità allo sguardo e misura alla riflessione.

Il risultato di questo “attraversamento” è il dinamismo attuale, non già serafica affermazione di libertari pronunciamenti – il segno e il colore abbandonati ad un vibrante balletto di cieche intuizioni – piuttosto di meditate ostilità, di affermazioni dubbiose – e pertanto “discrete” –  di scrupolose dichiarazioni.

Sfoglio le pagine di una narrazione che “lava e stira” il tempo percorso.

Il “corpo” in origine. Nella sua vastità di pieghe collinari e di cieli da vertigine. Il corpo come unicità del capitolo, fatto di sguardi e occasioni, di equilibri impropri, di attese. Il corpo che assale lo spazio, ne denuncia il limitare e affonda per sacralità di memorie e ricordanze. Di condanne.

Il corpo “letterario” offerto come spunto di discordie o di amorose fragranze. D’altra parte l’origine della pittura non ha tracciati menzogneri, scarti affabulatori o approdi agevoli. Il “corpo” come prologo di intenti ed eventi. E di baraonde da perseguire.

L’informale di Mariangela Calabrese – la sua rinascita pittorica – è conquista e lavacro, è lacrime e fatica, appunto, è dimensione cannibalistica ovvero sponda generosa e nuda sul respiro. Come se la poesia del colore (“è ponte il colore” suggerisce Marcello Carlino) divorasse le “rivalità intestine” della forma sostenendone una nuova e pertanto inedita postura. Ne indicasse da sola l’energia – e il luccichio -, il fiato, la sostanza.

Ecco, occorre sostare sui capitoli dell’epilogo – ovvero del presente -, definirne il peso e scrutarne il passo. E’ nella coscienza epifanica del colore, nei timbri inusuali, nelle smussature delle biacche e dell’oro, la più recente traduzione pittorica di Mariangela Calabrese. Quella che ha ridisegnato il corpo e il volto – il cortile familiare, direi – assicurandone però l’essenza. Nell’arrembaggio del viola e del cadmio, nelle sottrazioni del blu.

In effetti, quello che a molti potrebbe apparire come una sorta di marcata discriminante tra il prima e il dopo – tra il vissuto e il presente – è in verità un “luogo comune” in cui l’artista ribadisce, di continuo, la propria indissolubile identità. Con l’occhio gravido che ha archiviato il tempo, lo ha misurato per are e subbugli, lo ha impastato fino a scrutarne gli alibi. E’ al colore, quale materia-tracciato-scrittura-prospettiva che Mariangela Calabrese affida oggi le faticose risposte al cruccio, alle suggestioni dell’alba, al rimpianto. Alle sentinelle inesorabili del nostro andare.

 

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